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PUBBLICAZIONI E STUDI

Radiazione ultravioletta solare e COVID-19: c’è una relazione? (Novembre 2020)

Da questa domanda ha preso spunto uno studio italiano, in pubblicazione sulla rivista “Science of the Total Environment” (link), coordinato da Giancarlo Isaia, Professore di Geriatria all’Università di Torino e Presidente dell’Accademia di Medicina, e da Henri Diémoz, Ricercatore dell’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Valle d’Aosta. Al lavoro hanno partecipato ricercatori dell’Università di Bologna e di Sapienza Università di Roma, dell’ENEA (Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie, l’Energia e lo Sviluppo Economico Sostenibile), della Città della Salute e della Scienza di Torino e delle Agenzie per la Protezione dell’Ambiente di Alto Adige, Veneto, Piemonte e Puglia.

Lo studio ha esplorato la possibilità che l’evoluzione dell’epidemia COVID-19 veda coinvolti, tra i molteplici meccanismi di trasmissione, non solo l’interazione tra le persone, ma anche alcuni fattori ambientali: per questo, è stata valutata la diffusione spaziale dell’epidemia in Italia durante il periodo della sua prima ondata (febbraio-maggio 2020), caratterizzata da un maggior impatto nelle regioni settentrionali, ed è stata evidenziata una correlazione statisticamente molto significativa fra il numero di decessi e di pazienti affetti da COVID-19 in ciascuna regione italiana e l’intensità della radiazione ultravioletta (UV) solare, valutata alla superficie terrestre, in tutte le regioni, mediante rilevazioni sia satellitari che al suolo. Sono, inoltre, emerse correlazioni, sebbene meno significative rispetto a quella con la radiazione UV, anche con altre variabili, ambientali (la temperatura dell’aria), sociali (il numero di residenti in RSA) e cliniche (la mortalità media per malattie cardiovascolari e diabete).


I risultati di questo studio statistico sono coerenti con i possibili effetti benefici, descritti nella recente letteratura scientifica, della radiazione UV solare sulla diffusione del virus SARS-CoV-2 e sulle sue manifestazioni cliniche: risulta infatti, che la radiazione UV è in grado sia di neutralizzare direttamente il virus, sia di favorire la sintesi di vitamina D che, per le sue proprietà immunomodulatorie, potrebbe svolgere un ruolo antagonista dell’infezione e delle sue complicanze cliniche. Di conseguenza, gli autori suggeriscono l’opportunità di approfondire lo studio di queste tematiche con ulteriori ricerche di tipo clinico, e sottolineano l’importanza di disporre di una rete di misure coordinate della radiazione ultravioletta sul territorio italiano. Auspicano, inoltre, che vengano organizzate campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sugli effetti sia positivi che negativi dell’esposizione alla radiazione solare e sul consumo alimentare di cibi contenenti la vitamina D, oppure la sua supplementazione farmacologica, sempre sotto controllo medico. Compensare l’ipovitaminosi D, molto diffusa nel nostro Paese, potrebbe infatti contribuire al contenimento della pandemia, soprattutto nei soggetti anziani e fragili, come per altro già sostenuto (link) da Giancarlo Isaia e da Enzo Medico dell’Università e dell’Accademia di Medicina di Torino.

 

 

"Nuovo coronavirus e resilienza. Strategie contro un nemico invisibile". A cura di Luciano Peirone (Ottobre 2020)

 

 

Vi segnaliamo la pubblicazione (a fruizione gratuita online) del volume curato dal Prof. Luciano Peirone:

"NUOVO CORONAVIRUS E RESILIENZA. STRATEGIE CONTRO UN NEMICO INVISIBILE"

Si tratta di un lavoro multidisciplinare, composto da 36 contributi di 49 autori, il cui obiettivo è proporre modalità scientificamente fondate di recupero e potenziamento della salute fisica e psichica, per quanto riguarda sia l'individuo sia la comunità. 

 

 

 

G. Isaia, E. Medico, "Ruolo preventivo e terapeutico della vitamina D nella gestione della pandemia da COVID-19" (25 marzo 2020)

 

 

Nel documento scaricabile tramite questo link, a firma dei professori Giancarlo Isaia ed Enzo Medico ed esaminato dal Comitato scientifico e da molti Soci dell’Accademia di Medicina di Torino, sono riportate alcune considerazioni sul possibile ruolo preventivo e terapeutico della vitamina D nella gestione della pandemia da coronavirus. Per meglio chiarire il significato e lo spirito del lavoro, che è stato ripreso da molte testate giornalistiche locali, nazionali ed anche internazionali, con successivo ampio dibattito scientifico sul web, riportiamo alcune dirette considerazioni dei professori Isaia e Medico.

 

Il nostro documento scaturisce dalla domanda, per ora senza risposta, circa la presenza dell'anomala virulenza che è stata registrata in Italia e in Spagna, e prima ancora in Cina, della pandemia: nello sforzo di trovare qualche peculiarità che differenziasse il nostro Paese e che potesse favorire la diffusione della virosi, abbiamo focalizzato la nostra attenzione sulla carenza di vitamina D, per trasmettere alla comunità scientifica una riflessione che potrebbe essere molto costruttiva in questa triste vicenda.

Riportiamo di seguito alcune precisazioni e considerazioni.

1) Il comunicato è stato definito in molte testate uno “studio”, termine che può indurre a intenderlo erroneamente come uno studio clinico, mentre si tratta di uno studio di letteratura che riporta risultati pubblicati. Il documento non è stato pubblicato su una rivista scientifica, il che però non rende meno validi e pertinenti i molteplici studi ivi citati.

2) Le referenze bibliografiche riportate nel documento sono state da noi scelte sulla base di precisi criteri di rilevanza col tema, importanza e peso scientifico: il tutto è stato sintetizzato in una bozza che in una prima fase è stata sottoposta ai Soci dell’Accademia di Medicina di Torino, alcuni dei quali ci hanno confermato di aver controllato le referenze o di aver svolto una ricerca bibliografica individuale prima di esporre pubblicamente il nome dell’Accademia su questo tema. Complessivamente i dati riportati sono stati definiti "molto interessanti", con tipica prudenza scientifica.

3) Il documento contiene molteplici referenze con hyperlink ad articoli pubblicati, la maggior parte dei quali sono studi originali che riportano i risultati di studi clinici e preclinici, immediatamente apribili e verificabili, a sostegno del concetto che la vitamina D può avere effetto preventivo, protettivo e terapeutico nelle infezioni delle vie respiratorie anche virali, anche da virus con pericapside, dei quali fa parte il coronavirus. Altre referenze illustrano i meccanismi attraverso cui questi effetti si esercitano. Oltre a innumerevoli lavori originali, e review pubblicate, abbiamo citato un preprint che non presenta dati originali ma è a sua volta una review molto recente sul tema, per mettere a disposizione dei lettori le centosettanta referenze ivi contenute, alcune delle quali abbiamo anche inserito direttamente come link nel testo.

4) Segnaliamo che fra le referenze è riportata una metanalisi del 2017 che ha considerato 25 studi clinici randomizzati, per un totale di oltre 11.000 pazienti, evidenziando che la supplementazione di vitamina D riduce di due terzi l’incidenza di infezioni respiratorie acute nei soggetti carenti.

Lo spirito del documento non è quindi dimostrare l’efficacia della vitamina D specificamente sull’infezione da COVID-19, come si può desumere benissimo dal titolo e dal contenuto. Il documento ha tre principali finalità:

a) richiamare l’attenzione generale sulla necessità di assicurare a tutti i soggetti anziani normali livelli di vitamina D, onde evitare che molti di essi, soprattutto quelli a rischio, elencati nel documento, possano ritrovarsi più esposti al danno conseguente alla patologia da COVID-19 perché carenti di vitamina D;

b) sollecitare la comunità medico-scientifica a considerare, fra le molte possibilità di intervento volte a contrastare la propagazione, morbidità e letalità del COVID-19, la compensazione della carenza di vitamina D;

c) stimolare i ricercatori di base ad indagare sui possibili meccanismi biologici alla base di una tale anomala morbilità e mortalità.

 

 

 

P. Baima Bollone, G. Mattutino, "Quaranta anni dopo gli esami scientifici sulla Sindone del 1978" (2018)

Cliccando sull'icona sottostante, è disponibile in pdf l'articolo integrale Quaranta anni dopo gli esami scientifici sulla Sindone del 1978, di cui sono autori Pier Luigi Baima Bollone (Professore Emerito di Medicina Legale dell'Università di Torino, Presidente Onorario del Centro Internazionale di Sindonologia) e Grazia Mattutino (Laboratorio di Scienze Criminalistiche "Carlo Torre", Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche dell'Università di Torino) e che è pubblicato sul Giornale dell'Accademia di Medicina di Torino, anno 2018.

 

Abstract
L’articolo riassume lo sviluppo delle ricerche scientifiche sulla Sindone, noto antico lenzuolo funerario di ancora non definita datazione, e le vicende che hanno condotto agli esami diretti sul reperto eseguiti da vari ricercatori tra l’8 e il 15 ottobre 1978. In tale occasione uno di noi ha prelevato 12 fili di trama ed ordito da sedi precedentemente ritenute rilevanti. I risultati degli esami morfologici, sia con il microscopio ottico sia con il SEM e la microanalisi, sono stati comunicati nella seduta del 6 maggio 1981 della Accademia di Medicina di Torino. Subito dopo questi prelievi e negli anni successivi si è proceduto ad aspirazione delle polveri imprigionate nel tessuto e a vari interventi, finché nel 2002 si è proceduto ad un restauro organico. Pertanto i preparati del 1978 sono l’unica testimonianza della situazione originale del tessuto della Sindone. È parso quindi rilevante procedere, dopo quaranta anni, al riesame dei vetrini e degli stub allora preparati con microscopi ottici, SEM e microanalizzatori Rx moderni. È stato così accertata la maggior incidenza dei danni subiti dalla Sindone dalla elevata temperatura di un incendio cui è stata esposta nel 1532, la natura di lino delle fibre che costituiscono i fili del tessuto con la commistione di fibre di cotone nella misura di circa il 2%, il senso ed il grado di torcitura dei fili di trama ed ordito, la presenza di tracce di oro e di argento riferibili anch’essi all’incendio del 1532, di tracce di inquinamento industriale moderno, di acari infestanti e di pollini.