Dell’antico chiostro oggi
rimane solo un breve tratto di colonnato, che seguendo la parete
nord dell'edificio, a sinistra dell'ingresso, dà adito allo
scalone di accesso al piano superiore. L’ingresso al chiostro
avviene attraverso un portale
costruito nel 1827, nel corso dei lavori di risistemazione di via
Po, ad opera dell’architetto Talucchi.
Il muro perimetrale del cortile del convento mostra i resti di affreschi
danneggiati dai bombardamenti del 1943 che colpirono il palazzo.
In origine gli affreschi del chiostro erano 26. Tre di essi sono
ancora visibili, gli altri sono ricoperti da muratura per protezione,
uno solo oggi lascia intravedere la scena rappresentata Tutti questi
affreschi rappresentano il ciclo della vita delle opere di San Francesco
da Paola, fatica di Bartolomeo Guidobono
detto "Il prete di Savona", celebrato pittore nato a Savona
e morto a Torino nel 1709.
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Il degrado delle pitture del chiostro -che
nella prima la metà del 800 erano segnalate come meritevoli
di una visita dalle "guide" di Torino- è tuttavia
a cosa non recente. Infatti già Modeste Paroletti nelle 1819
scriveva:"...dans les galeries du cloitre il esiste des peintures
qui méritent d’etre remarquées. Telles sont
les fresque de Saint-Francois de Paule, de la main du pretre Guidobono,
et c’est dommage que loin de prendre des mesures pour conserver
ces peintures, on les aie laissées dégrader ...”.
L’unico affresco leggibile rappresenta San Francesco da Paola,
chiamato al capezzale di Luigi X I, gravemente ammalato, accolto
nel castello di Amboise dal Delfino Carlo (futuro Carlo VIII) il
principe è genuflesso davanti al Santo; altre figure completano
la scena, paggi, dotti, anziani e armati.
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Un ampio scalone a due rampe con balaustra e colonnine
in marmo bianco, di aspetto austero porta al primo piano . Questa
impressione di austerità è certamente accentuata dalla
presenza di un altro affresco del Guidobono -molto più grande
dei precedenti- che dopo una lungo periodo di restauro è
stato nuovamente collocato nella sede originale- sull'ampia parete
del pianerottolo tra le due rampe di scale che portano al piano
superiore. Si tratta di una grande crocifissione, alta più
di dieci metri, che seguendo il destino degli altri affreschi, subì
un progressivo e grave degrado. Salita la seconda rampa delle scale,
a sinistra si apre il corridoio che porta all’attuale ingresso
dell'Accademia Dall’altro lato, verso destra, vi è
l’Istituto di Archeologia che al tempo dei Frati Minimi era
il refettorio grande. L’ingresso al refettorio avviene sotto
un arco a sesto ribassato sormontato da un pregevolissimo stucco
di fattura barocca.
Lungo il grande corridoio che si percorre per giungere in Accademia,
si aprono a destra l’Istituto di Psicologia, creato nel 1906,
mentre a sinistra abbiamo prima un laboratorio del Politecnico e
poi l’Istituto di Filosofia – fondato da Augusto Guazzo-
che trovò qui la sua sistemazione nel 1939.
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Si raggiungono infine i locali dell’Accademia
di Medicina e si entra nella sala per le relazioni e conferenze,
il cui arredamento in legno massiccio risale all’allestimento
del 1893, fortunosamente salvatosi dai bombardamenti dell’ultima
guerra.
Dall’altro lato della sala delle riunioni
(situata ad est) –vicino alla quale è situato l’ufficio
di Presidenza e la segreteria – si aprono
(nel lato sud) i locali della biblioteca. Purtroppo la maggior parte
dei volumi –che prima della guerra assommavano a 103.000 come
riferisce il Ferrio nel 1946- e quasi tutti i documenti ed atti
dell’Accademia vennero distrutti in seguito all’azione
di bombardamento e di incendio del luglio 1943. Tra gli altri andarono
perduti i volumi che la famiglia Moleschott aveva donato all’Accademia
dopo la scomparsa dell’illustre fisiologo.Attualmente la biblioteca
dell'Accademia conserva 25.000 testi antichi o non più reperibili. |
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Nei locali dell’Accademia aveva anche trovato sistemazione
il museo Craniologico ora trasferito con altri reperti all’Istituto
di Anatomia. Era stato fondato dal Garbiglietti nel 1869 con la
donazione di un primo importante reperto, un teschio
etrusco di Vejo. Si succedettero poi importanti
donazioni: la collezione del Maggiorani, composta di 30 teschi romani
e 10 etruschi; la collezione dello Stobel che comprendeva svariati
teschi di indigeni delle Pampas, Patagonia e Argentina; e poi ancora
si aggiungessero reperti donati dal Pigorini, dal Dawis, dal Fossati
e dal Palma di Cesnola., inoltre il museo possedeva una mumia andino-peruviana,
lascito del Lesiona. Una parte dei locali oggi definitivamente sistemati
a biblioteca, era adibita sino oltre la prima guerra mondiale, alla
foresteria per ospitare gli illustri relatori che giungevano da
fuori Torino |
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